GUIDO CASCIARO: Autentico figurativo del ‘900

di Antonella Bocola

Le vicende artistiche della prima metà del ‘900 sono estremamente variegate e complesse perché comportano l’avvicendamento e la contemporaneità di diverse tendenze, spesso dialetticamente in contrasto tra loro, quasi sempre volte al superamento delle poetiche precedenti ed in costante sperimentazione di nuovi linguaggi espressivi.
Se è vero che ciò avviene contestualmente a tutti i livelli della cultura artistica internazionale e nazionale, è d’altra parte provato, da un’ampia letteratura, che Napoli resta costantemente un passo indietro, nel senso che accumula un ritardo culturale nel quale stentano ad emergere nuove istanze.
Si è più volte sostenuto che tale ritardo penalizza gli artisti napoletani al punto da determinare un rallentamento della ricerca artistica. E altrettanto spesso si è individuata nella persistente tradizione pittorica dell’800 che di fatto si protrae, attraverso epigoni e continuatori, per buona parte del ‘900, la causa primaria del ritardo culturale napoletano.
Tale concetto, sebbene formalmente corretto, rischia di divenire semplicistico ed approssimativo, se non si considerano, nella valutazione a posteriori della
Guido Casciaro
cultura artistica napoletana, altre componenti che non attengono al mondo dell’Arte, ma che lo influenzano fortemente, quasi obbligando a delle scelte piuttosto che ad altre.
Fattori come l’Economia, la Società, il Passato illustre della città di Napoli, non vanno né sottovalutati, né accantonati se si vuole comprendere in profondità l’evoluzione della pittura napoletana del ‘900.
Gli artisti giovani, che naturalmente spingono per il “Nuovo”, si vedono spesso accerchiati dagli artisti di fine ‘800 che, assieme ai loro epigoni, costituiscono, anche involontariamente, una sorta di sistema chiuso e protettivo osteggiando gli ultimi arrivati. Il sostegno della classe borghese che si compiace nel ricordo del passato, rifiutandosi di capire il presente e la sua variegata complessità, accentua ulteriormente l’isolamento dei giovani più innovativi.
Secondo una moda importata d’oltralpe, gli artisti si aggregano in gruppi piuttosto eterogenei, di durata alquanto breve, perseguendo intenti frammentari e talvolta occasionali di novità, in vista di mostre che consentano un minimo di vetrina.
Dalla debole eco delle Avanguardie Internazionali che giunge a Napoli affievolita e fraintesa, derivano Programmi e Proclami ambiziosi, che troppo spesso restano solo sulla carta.
Il “Gruppo Flegreo”, quello immediatamente successivo degli “Ostinati”, la breve esperienza del “Quartiere Latino napoletano”, il ritorno all’Ordine con la nascita del “Sindacato fascista delle Belle Arti” e poi la “Scuola del Vomero” o repubblica alta che si contrappone all’Accademia di Belle Arti, sono solo alcuni esempi di questi tentativi di aggregazione artistica che fioriscono nel corso dei primi sessanta anni del ‘900. Anni cruciali, che vedono contestualmente svolgersi eventi fondamentali: due guerre mondiali, la tragica esperienza del fascismo, il difficile dopoguerra e l’inizio del boom economico degli anni ’60.
In questo clima di complessità e cambiamenti, Guido Casciaro compie la sua esperienza di vita e d’Arte.
Egli si pone innanzitutto come un grande pittore figurativo, lontano quindi da qualsivoglia sperimentazione e coerente, fin dagli esordi, con una poetica che rimarrà costante durante tutto l’arco della sua produzione. Guido Casciaro è innanzitutto un pittore di paesaggio.
Figlio d’arte, si forma alla scuola paterna, vivendo in una casa/museo, luogo esclusivo d’incontro di artisti e letterati. Un luogo ambito e pregno di cultura e d’arte, nel quale il giovane Guido si forma una propria coscienza critica.
Ed è proprio questa precoce consapevolezza delle cose dell’Arte che lo porta a distaccarsi, seppur con un certo dolore, dalla maniera e dalla tecnica paterna.
Guido Casciaro mostra infatti, fin dalle prove giovanili, di preferire tecnicamente la pittura ad olio e di aver compreso ed assorbito la lezione paesaggista degli autori napoletani più aggiornati ed innovativi (da Crisconio a Viti per intenderci), scegliendo quindi di ritrarre paesaggi scarni, essenziali, talvolta palesemente brutti, che egli arricchisce e vivifica con la sua materia pittorica, con pennellate larghe e compendiarie, di pura sintesi.
Elimina quanto di pittoresco e di folcloristico è ancora presente nella pittura napoletana preferendo visioni urbane di strade e fabbricati, cantieri, baracche, campagne spoglie, incolte, di una bellezza ancora selvatica.
Eppure tali luoghi, che ad esempio nella pittura di Crisconio e di tanti suoi epigoni, comunicano un senso di disagio, di malessere, di incuria, si animano invece nella pittura di Guido di una valenza positiva, che traspare dalle scelte cromatiche insolite e squillanti, dalle scelte luministiche appartenenti alla solarità mediterranea, dalla matericità grumosa degli impasti pittorici.
La sua pittura è stata talvolta messa in relazione con alcuni illustri esponenti della cosiddetta Scuola di Parigi, come Soutine o Utrillo, se non altro per una contemporaneità operativa. Ma le visioni fredde e dense di tormenti interiori dei due artisti citati, al di là di una assonanza tecnica che si traduce in uno stile rapido e compendiario, non hanno nulla da condividere con quel senso d’ottimismo, quel sorridere alla vita, quella luce calda che traspaiono dai paesaggi di Guido Casciaro.
Egli non è un “arista maledetto”, un bohemien dell’Arte, non è l’espressione del mito dell’artista povero e incompreso. E’ un pittore dall’animo gentile e buono, un altruista, innamorato della vita e della natura che lo circonda e con la quale cerca costantemente un contatto diretto.
Guido Casciaro impara a dipingere dal vero e continuerà a farlo anche in un’epoca di cerebralismi artistici e sperimentazione formale, ma sarà sempre alla ricerca della parte più nascosta, più solitaria, donando dignità artistica a luoghi del tutto insoliti.
Anche le scelte prospettiche, rivelano questa sua costante ricerca di nuovo, in un genere che sembra ormai aver esaurito tutte le sue risorse espressive. Egli predilige punti di vista originali: spesso dall’alto, o dal basso o fortemente decentrati, così da rendere composizioni inaspettate e sorprendenti. Si rivela cioè innovativo, pur muovendosi entro i confini della pittura figurativa, mostrando una personalità chiara e definita, che si coglie immediatamente dinanzi ad ogni sua opera e che si riconosce in uno stile preciso.
Coerentemente con la sua personalità d’artista figurativo, Guido si cimenta anche nel genere del Ritratto e della Natura Morta. In entrambi i casi realizza prove di altissimo livello, ma mentre i ritratti appartengono sostanzialmente alla fase “novecentista” degli anni ‘30/’40, fatta eccezione per qualche raro autoritratto d’età matura, le Nature Morte sono invece una costante nella sua produzione.
Del resto è un genere di lunga ed illustre tradizione nella storia della pittura napoletana e Guido Casciaro non può non subirne il sottile fascino.
Anche le sue Nature Morte sono innovative, a cominciare dalla scelta degli elementi da ritrarre. Pane, prosciutti, interi bovini squartati, polli, pesci, crostacei e frutti di mare, meloni, pere e melograni, ma anche delicati fiori, vasi e bottiglie, ciascuno dei quali posti però in composizioni semplici, con pochi elementi.
Spesso si evidenzia il richiamo all’opulenza barocca delle antiche nature morte del ‘600, talvolta invece esse trasmettono il senso della frugalità di un pasto o il senso della parca quotidianità di quegli anni.
Quando poi sono i fiori o i semplici oggetti ad essere assoluti protagonisti, vediamo Guido sulla stessa lunghezza d’onda di un Morandi o di un De Pisis, ma senza quella scarna cromia che invece contraddistingue la pittura dei due grandi maestri del ‘900. Perché Guido Casciaro è un grande colorista, espressione felice della migliore cultura artistica napoletana, perciò il colore in lui non è mai mero riempitivo della forma, ma è plasmatore della forma stessa, e sgorga spontaneo ed intenso nelle sue composizioni vibranti di luce.
Anche in questo caso, i punti di vista prospettici sono alieni dalla classica tradizione, piuttosto appaiono ribassati, ravvicinati, come un zoom sugli oggetti, quasi a voler cogliere il parlare delle cose, i loro apparenti silenzi, pregni di significati simbolici e profondi.
Non sono semplicemente nature morte, ma autentiche “Nature Silenti”, come ebbe a definire il genere il grande Giorgio De Chirico, ed in effetti c’è in loro qualcosa di metafisico.
Casciaro vide probabilmente l’Arte di De Pisis alla Biennale di Venezia del 1948 (nell’edizione del cinquantenario, organizzata tra mille difficoltà dopo sei anni di sospensione a causa della guerra) , dove fu dedicata al noto maestro una sala antologica e dove lui partecipava, come già accaduto per le edizioni precedenti (dal ’34 al ’42 ).
Non si hanno indicazioni in merito a questo incontro, ed entrambi proseguiranno la loro carriera artistica per almeno un altro decennio circa.
Quale sia stata la valenza di questo contatto non è facile da stabilire. Che cosa cioè Guido Casciaro abbia mutuato dalla visione della pittura di De Pisis. Certamente non il senso del colore che anzi in lui è innato e spontaneo, mentre in De Pisis è solo quasi un accessorio; non il senso della composizione che appare quasi casuale in De Pisis e che invece e caparbiamente ricercato e studiato in Casciaro. Forse, allora il gusto per le cose banali, forse quell’accentrare l’attenzione su pochi elementi, quell’essenzialità che in effetti trapela in alcune delle sue composizioni.
Ma al di là di queste scarne similitudini, il temperamento, e le vicende personali sono talmente diverse e lontane da impedire un qualsiasi confronto, se non quello di due personalità artistiche che operano contemporaneamente ma in diversi ambiti d’azione, ciascuno con il suo patrimonio culturale e con la sua fortuna critica.
Una fortuna che in effetti non favorì molto l’arte di Guido Casciaro.
Finchè fu in vita, egli si prodigò costantemente, come insegnante e come artista, per una più ampia diffusione dell’arte napoletana, fuori da confini locali. Fu strenuo animatore di circoli e raggruppamenti artistici (Il Gruppo Flegreo e la Scuola del Vomero per esempio), presenziò in diverse giurie di Premi e Concorsi, svolgendo coscienziosamente il suo ruolo giudicante, sostenne ed incoraggiò, con scritti ed iniziative espositive, gli artisti più giovani, fu in altre parole un generoso uomo di cultura che, alla sua scomparsa, lasciò un profondo vuoto.
Poi, questa nostra “benedetta città” che ha la terribile ed innata capacità di affossare nell’oblio della dimenticanza anche importanti personalità culturali, stende per decenni il velo di un silenzio impetuoso ed impenetrabile.
Quando ho cominciato, parecchi anni fa, ad occuparmi della pittura napoletana, ho scoperto tutto un mondo brulicante d’Arte, tenuto nascosto e dimenticato. Ho scoperto ad esempio, che Guido Casciaro non era semplicemente e riduttivamente il figlio del grande Giuseppe Casciaro, la cui fama è tuttora inferiore ai suoi meriti, ma era un grande pittore indipendente, interprete espressivo di un’epoca.
Eppure c’è voluto troppo tempo perché gli fosse reso un giusto riconoscimento. Per decenni dimenticato e sottovalutato tanto dai mercanti e dai collezionisti quanto dagli storici e critici d’arte, è giunto il momento di riconoscere la sua levatura artistica e di ricollocarlo nell’ambito nazionale che merita, quale autentico maestro figurativo del ‘900 italiano.
(cliccare sulle immagini per ingrandire)
Guido Casciaro: a capri Guido Casciaro: autoritratto Guido Casciaro: carretto rosso Guido Casciaro: chiesa di Baia
Guido Casciaro: falegnameria Guido Casciaro: le camelie Guido Casciaro: lungo il fioume Guido Casciaro: melograno
Guido Casciaro: meloni Guido Casciaro: natura morta con pesce di vetro Guido Casciaro: pere Guido Casciaro: pontile a Baia
Guido Casciaro: scorcio di case Guido Casciaro: vela rosa Guido Casciaro: vista dal granaio Guido Casciaro: vomero vecchio

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